Critica di Marco Caccavo, giornalista e critico d'arte

 

« Liselotte Andersen, scultrice e pittrice, è un'artista visiva dall'universo eclettico. Prima di stabilirsi in Provenza nel 2002, viaggiatrice insaziabile, si è nutrita di diverse esperienze esistenziali che l'hanno portata a vivere in continenti molto diversi tra loro, come l'Africa, l'Europa e l'Asia.

L'artista, sempre sensibile alla sperimentazione di sé e all'incontro con l'altro, traduce così il proprio vissuto e il proprio ideale nella sua arte.

Le sue creazioni dai colori vivaci, che uniscono il metallo alla terra, sono un inno alla pienezza indistruttibile della consistenza e una poesia dell'evidente presenza, netta e pura, come l'affermazione di ogni atto umano.

Nelle sculture, il peso della materia fisica si dinamizza, come in Henry Moore, in un atto di energia creatrice, in un in-farsi. Le loro opere, attraverso il loro avanzare nello spazio, colmano il vuoto che ci circonda, sia per mezzo dell'esplorazione dell'esteriorità, sia attraverso una fusione materiale nel corpo dell'altro
Tutte le sue opere alimentano un'aura mistica attorno a sé e questo sacro le fa uscire dal flusso del tempo e dello spazio, così come li concepiamo, e le colloca nel mondo in qualità di oggetti d'arte. E in questa atmosfera eterea, il salto nel vuoto dell'altro, che queste proiezioni della sensibilità umana devono compiere, viene fatto attraverso una luminosa emanazione della loro pienezza d'essere.
Questa distanza che lo separa dall'ignoto è lo stesso divario che dobbiamo superare, con un impeto di sentimenti, quando andiamo verso l'altro.

Senza ragione, senza perché; così come lo sentiamo nella nostra volontà.

Anche le sue sculture addormentate sono vive e colmano questa distanza. Questi addormentati fanno pensare a quelli di Pompei, uccisi nel sogno, quando stavano riempiendo l'oscurità con l'immaginazione inconscia e tuttavia pulsante, reale. Le creazioni di Liselotte Andersen, dalla linea epurata da ogni esitazione nel movimento, tracciano un dinamismo che satura l'ambiente che le contiene, lo traboccano e lo superano. In questo modo, ella disegna un'appropriazione dello spazio per mezzo di una forza centrifuga che parte dal cuore, dalla volontà, e che irradia verso l'esterno, verso l'ignoto e verso il suo irresistibile richiamo. La materia, che l'artista modella utilizzando il proprio spleen e il proprio ideale, è sempre il punto di fuga da cui lo spazio si crea. È il pieno che appartiene all'immaginario, quello che nasce da un movimento inconscio: è esso che reinventa il vuoto, in una curva di vibrazioni emozionali, in cui l'oggetto d'arte è reale e acquista senso.

Il mondo di Liselotte Andersen è un universo in cui le sculture e i dipinti sono tutti sospesi in equilibrio e avanzano dolcemente, come animati da un'espressione spontanea, viscerale, com'è la sensibilità umana nella sua purezza.»

Di Marco Caccavo
Giornalista e critico d'arte